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Checoslovaquia - Yugoslavia

Josef Masopust
13 giugno 1962, Estadio Sausalito, Viña del Mar
Coppa Rimet - semifinali
Tabellino | Ampia sintesi [ca 40]: parte 1 - parte 2 - parte 3 | Highlights

Per questa semifinale ci sono davvero quattro gatti sugli spalti. La contemporaneità (oggi nemmeno immaginabile) degli eventi tiene la gente incollata davanti alla televisione, dove c'è, o vicino a una radio per seguire Cile-Brasile. Nel derby socialista vincono i cechi, più solidi e pratici dei pur talentuosi pedatori jugoslavi.

Brasilien - Jugoslawien

Nelinho e Branko Oblak
13 giugno 1974, Waldstadion, Frankfurt am Main
Campionato del mondo - fase a gironi (gruppo 2)
TabellinoFull match * | Highlights

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Si inaugura il Fussball-Weltmeisterschaft, per la prima volta non con la partita della nazionale di casa, ma con quella dei campioni in carica. Anche se l'allenatore e alcuni giocatori sono gli stessi, non è più il Brasile del 1970, non solo perché manca Pelé. Meriterebbe di vincere la Jugoslavia, ma la Seleçao riesce almeno ad impattare, in bianco.

Vedi anche Il Brasile intrappolato nella foresta (Eupallog Calendario)

Yugoslavia - Alemania

Wolfgang Fahrian
10 giugno 1962, Estadio Braden Cooper Co., Rancagua
Coppa Rimet - quarti di finale
Tabellino | Ampia sintesi: pt. 1 [11:58] | pt. 2 [10:52] | pt. 3 [8:34] | Highlights

Per la terza edizione consecutiva la Jugoslavia incontrò ai quarti di finale mondiali la Germania. Ma la Nationalmannschaft del 1962 non era più quella del decennio precedente. Il 10 giugno 1962, all'Estadio "Braden Cooper Co." di Rancagua, finalmente la spuntarono gli slavi, all'85° ...

Italia - Jugoslavia

10 giugno 1968, Stadio Olimpico, Roma
Campionato europeo - finale (ripetizione)
Tabellino | Full match: 1° tempo - 2° tempo Highlights

Costretto anche dalle furiose polemiche suscitate dalla prova scialba fornita nella finale di due giorni prima, fu gioco forza per Valcareggi inserire forze fresche. Ma imbroccò anche la quadra: rafforzò la Maginot con baby face Rosato al posto del medianone Ferrini e Salvadore al posto di Castano come libero, proponendo un 1-4-3-2 che affidò a Domenghini, Mazzola e all’inedito “Picchio” (ergo "trottola") De Sisti il compito di imbeccare il volitivo Pietruzzo e il redivivo Gigirriva.

Improvvisamente giocammo, e alla grande, contro una squadra spenta che aveva dato tutto, e mancato l'occasione, nella gara precedente e che non poteva affidarsi a ricambi di qualità. Di questa partita abbiamo il filmato integrale e dunque possiamo goderne interamente il pathos. Fu Rombo di Tuono a spaccare la partita al 12° (foto), proponendosi magnificamente all'imbucata di Domenghini, sul filo del fuorigioco (che non c’era, nonostante le furiose proteste slave [vedi]), e Anastasi a sigillarla con un magnifico avvitamento dal limite al 31°. Copertura e rilanci, secondo la nostra migliore tradizione pedatoria, caratterizzarono l’ora restante.

Mentre dagli spalti cominciavano a essere lanciati razzi e bengala e l’Italia stava per conoscere il rito inedito (quanto ora consunto) dei caroselli automobilistici, quell'uomo garbato che è stato Nando Martellini si congedò dai telespettatori al fischio finale con una delle sue memorabili espressioni: “Signori all'ascolto, qualunque cosa io ora dicessi stonerebbe. L’Italia è campione d’Europa”.

Leggi anche l'Euro storia Azzurro è il cielo del 1968

Jugoslavien - Skottland

Aleksandar Petaković
8 giugno 1958, Arosvallen, Västerås
Coppa Rimet - fase a gironi (gr. 2)
Tabellino | Video [1:17]

Yugoslavia - Colombia

Drazan Jerkovic
7 giugno 1962, Estadio Carlos Dittborn, Arica
Coppa Rimet - fase a gironi (gruppo A)
Tabellino | VideoAltro

Yugoslavia - Uruguay

Fahrudin Jusufi
2 giugno 1962, Estadio Carlos Dittborn, Arica
Coppa Rimet - fase a gironi (gruppo A)
Tabellino | Video


La Jugoslavia, vice campione d'Europa, giocò con molta determinazione le prime partite del Mondiale 1962. All'esordio, con l'URSS, fu ancora una volta sconfitta dai campioni d'Europa, e finì col vendicarsi con una partita violenta nella quale il capitano Muhamed Mujic spezzò gamba e carriera a Eduard Dubinski, senza che l'arbitro, il tedesco Dusch, vedesse e volesse.
Alla seconda partita, contro l'Uruguay, la grande prestazione della stellina Dragoslav Sekularac fu oscurata dalle violenze che si scambiarono le due compagini. L'Uruguay non era più quello del decennio precedente e non risparmiò le durezze. Due espulsi, vittoria per gli slavi e capolinea per i sudamericani.

Brasil - Iugoslavia

Branco prepara il colpo
23 dicembre 1994, Estádio Olímpico Monumental, Porto Alegre
Friendly match

Jugoslavia - Francia

Di spalle, Jean Baratte
11 dicembre 1949, Stadio Comunale, Firenze
Coppa Rimet - spareggio di qualificazione
Tabellino | Video (Luce) [1:56]

"Ha proprio un aspetto strano questo incontro internazionale di cui tutti parlano e per cui nessuno si agita. Esso mette in luce come la qualità principale di questo nostro sport sia, in quanto a diffusione e interesse del pubblico, in difetto. Il campanilismo muove le nostre folle e le fa delirare. Quando non si ha da parteggiare per nessuno che stia a cuore, allora si guarda con aria strana alla gente che, come i francesi, in questo caso camminano per le strade con le coccarde e in colonna. Sono qui tutti gli interessati alla contesa: la squadra jugoslava da poco meno di una settimana, la squadra francese da ieri sera. Più numerosi come giocatori i primi, diciotto, più discreti al proposito i secondi, quattordici. I francesi hanno mandato un maggior numero di sostenitori invece: si calcola che quando saranno giunti tutti coloro che della causa calcistica gallica hanno passione, il loro numero supererà i tremila. I jugoslavi non avranno un grande seguito diretto: qualche scarso centinaio di persone in tutto" (Vittorio Pozzo, 'La Stampa', 11 dicembre 1949).
Chi la spunterà? Beh, chi si ricorda qualcosa della coppa disputata in Brasile lo indovinerà facilmente.

France - Yugoslavia

8 agosto 1984, Rose Bowl, Pasadena
Olympic Games football tournament - semifinali

Yugoslavia - Bulgaria

Fu lui che portò, al 90°, la Yugoslavia
in Francia
21 dicembre 1983, Gradski stadion u Poljudu, Split
Campionato europeo - qualif. (gruppo 4)
Tabellino | Full match

Jugoslavia - Scotland

Gordon Durie segna il gol di un illusorio vantaggio scozzese
6 settembre 1989, Stadion Maksimir, Zagreb
Coppa del mondo - qualif. (Europa, gr. 5)
Tabellino | Sintesi [59:36] | Highlights

Jugoslavija - Engleska

Hughes e Džajić
5 giugno 1974, Stadion Crvene Zvezde, Beograd
Amichevole internazionale
Tabellino | Sintesi [7:49]

Jugoslavia - Italia

Dal dischetto il gol della bandiera
12 maggio 1957, Stadion Maksimir, Zagreb
Coppa Internazionale
Tabellino | Video [1:39]


Impostata sul blocco della Fiorentina (nove giocatori schierati: Foni aggiunge Boniperti e Lovati, il portiere), campione d'Italia ma perlomeno in campionato declinante, la nazionale subisce a Zagabria una durissima umiliazione. 
Tra i più feroci critici c'è Vittorio Pozzo.

"Il gioco ... ha espresso una volta ancora, apertamente, schiettamente, deliberatamente la sua condanna al nostro modo di comportarci In campo. Questo non nel senso ormai vieto del termine, si noti: quello cioè della difesa ad oltranza tipo catenaccio, terzino volante o altre diavolerie del genere. Se Dio vuole, di gioco ostruzionistico nella pura e consueta espressione del termine, da parte nostra nell'occasione non se ne è prodotto. Ed è nostra convinzione che se ad esso si fosse ricorso, un fallimento avrebbe fatto seguito, dato il tipo e la veemenza delle offensive jugoslave della giornata. Le quali forse appunto perché preventivavano una possibilità di gioco difensivo ad oltranza da parte nostra, avevano fatto ricorso alle offensive impostate su gioco largo, con l'impiego delle ali a getto continuo. No, nel caso specifico parlando del gioco nostro condannato dalla giornata e dalle circostanze, noi vogliamo parlare del modo generico di comportarsi del nostri. Questo gioco ha dimostrato che noi non sappiamo più quello che vogliamo o possiamo fare, né quando attacchiamo, né quando difendiamo. Quando attacchiamo no, perché proprio allora forniamo la dimostrazione palmare di non esserne più capaci; quando vogliamo difenderci normalmente nemmeno, perché allora emerge in luce meridiana che senza l'aiuto di circostanze artificiosamente create, noi non lo sappiamo più fare. Quella che Zagabria ha espresso è una condanna al nostro modo di comportarci in campo, alla nostra concezione del gioco, alla mentalità che nei nostri giocatori e nel nostri dirigenti si è venuta lentamente, ma inesorabilmente formando" (Stampa Sera, 13-14 maggio 1957, p. 6).

Jugoslavia - Grecia

Dragan Pantelić, portiere slavo:
è lui sul dischetto
29 aprile 1981, Gradski stadion u Poljudu, Split
Campionato del mondo - qualif. (Europa, gr. 5)
Tabellino | Full match | Highlights

England - Yugoslavia

22 novembre 1950, Highbury Stadium, London
Friendly match
Tabellino | Video (British Pathé) | Altro

Gli inglesi cambiano il centravanti (e quello nuovo, Nat Lofthouse, esordisce col botto) ma per la prima volta in un match ufficialmente riconosciuto, giocato tra le mura domestiche e contro una squadra continentale, non prevalgono.

Italia - Jugoslavia

15 novembre 1980, Stadio Comunale, Torino
Campionato del mondo - qualif. (Europa, gr. 5)
Tabellino | Full match | Highlights

España - Yugoslavia

Mundo Deportivo
10 ottobre 1976, Estadio Ramón Sánchez Pizjuán, Sevilla
Campionato del mondo - qualif. (Europa, gr. 8)
Tabellino | Highlights | Video

Jugoslavija - Španija

Classica incornata di Santillana
4 ottobre 1978, Stadion Maksimir, Zagreb
Campionato europeo - qualif. (girone 3)
Tabellino | Full match | Highlights

Brasil - Iugoslàvia

18 luglio 1971, Estádio Maracanã, Rio de Janeiro
Friendly match
Tabellino (n° 402) | Full matchSintesi [51:43] | Highlights

"Speriamo che l'addio di Pelé al calcio assomigli ad uno dei tanti «brindisi» di famosi toreri (vedi, a proposito, il ritorno del quasi cinquantenne Dominguin nelle arene) e di celebri tenori, che ogni sei mesi recitano davanti a pubblici diversi e commossi una romanza eternamente penultima. A trent'anni esatti, Pelé è un «re» che può ancora tenere in pugno lo scettro. Le sue gambe sono un museo degli orrori e delle cicatrici che il football professionistico regala ai grandi eroi della «pelota», ma la saggezza è intatta, forse accresciuta, come si vide ai campionati mondiali di Messico nell'estate scorsa. Allora Pelé, allenato come un astronauta di Capo Kennedy, dimostrò di saper rinunciare ad un «tocco in più» tutto personalistico per far correre la palla a vantaggio di Tostao o Rivellino, suoi scudieri nella crociata del football. Allora Pelé «o rey», dovendo disputare una palla alta ad un difensore che mezzo mondo ci invidia, e cioè Burgnich, balzò come un giaguaro allungando magicamente il suo metro e sessantasette di statura, e fece gol. Allora, avendo acquisito l'ennesima libera docenza in football, Pelé, sempre contro i nostri azzurri, e benché il Brasile fosse largamente in vantaggio, seppe appostarsi al limite della propria area di rigore, rompere e amministrare il gioco come un vecchio leone. 
Pelé, cioè il calcio moderno: è un assioma che tutti ripetono, che milioni di persone venerano. Pelé e la «pelota» sono due sposi che non possono divorziare davanti agli occhi del mondo. Se tra cinque anni - ammesso che si ritiri davvero - il negretto tornasse su una sedia a rotelle in un campo di football, lo stadio verrebbe riempito non da migliaia di curiosi, ma da un pubblico di intenditori che tutto ricordano, tutto sanno valutare nella memoria, e che da Pelé seduto attenderebbe ancora un «numero» specialissimo. 
Gli hanno dedicato una via, un monumento, uno stadio. E' raffigurato sui francobolli, ha inciso dischi e scritto un libro. Ha girato film e patrocinato sottoscrizioni benefiche. Ciò che tocca è oro. Perché dovrebbe ritirarsi? Il suo declino fisico è indubbio, ma non così appariscente. Una squadra impostata su di lui potrebbe ancora dominare le grandi competizioni sportive. Pelé è stanco? Pelé dice e fa sapere di essere stato troppo sfruttato e che i tecnici della federazione brasiliana lo usano da anni come un'etichetta per richiamare gente intorno alla Nazionale «carioca». E afferma di essere disposto a giocare per la squadra, il Santos, fino al '74 (l'anno dei prossimi mondiali, guarda un po'), ma non più con la maglia gialloverde del suo paese. Gli eroi pagano un prezzo salato nel professionismo sportivo contemporaneo: Pelé, miliardario e bonaccione, si dice stufo delle speculazioni politicoagonistiche che lo coinvolgono. Forse riuscirà a mantenere la propria parola, forse cederà ad ennesime pressioni. A un bel momento, nel cuore di un campione, la ragione segreta del gioco vince. E Pelé giocherà ancora, per mezzo tempo o per pochi minuti, secondo quanto comanda non solo un contratto ma anche l'istinto. 
E' stato davvero il più forte? Da Rivera a Charlton, da Facchetti a Liedholm, le testimonianze sono indubitabili: nessuno, dal centrocampo fino all'area avversaria, ha mai dimostrato a memoria d'uomo la sua capacità di dribblare, di toccare coi due piedi, di inventare un'azione o una «finta», di fuggire in gol, di far secchi decine di portieri avversari. A tutto campo, il suo gioco forse cede qualcosa al grande Di Stefano: ma nei 40 metri non ha avuto rivali, per fantasia e coordinazione, per genio creativo e lucidità manovriera. 
In Italia fu fermato da Trapattoni. Era il '63, un anno di crisi per il grande «rey». Eppure proprio con Trapattoni appiccicato alle costole, eseguì a San Siro un «numero» incredibile: in elevazione per accogliere un pallone alto lo fermò con la fronte, lo fece scivolare fino alla caviglia e ripartì lasciando di sale il suo controllore giù per le terre. Un miracolo di armonia muscolare e di talento in football. Per questo speriamo che Pelé non s'arrenda, malgrado tanta fatica, tanta schiavitù contrattuale, tanto denaro messo in cassaforte. E' stato detto: dopo Pelé non sarebbe più football. Non è vero: lo si affermò in Inghilterra ai tempi di Matthews, in Italia ai tempi di Meazza, in Spagna dopo gli anni di Di Stefano. Il football rimarrebbe tale anche dopo Pelé. Sarebbe soltanto un peccato non rivedere «o rey»: anche acciaccato, anche prudente, ma così felino nel tocco, così sobrio nell'amministrare un pezzo rotondo di cuoio, cosi incredibile nella fucilata verso la porta. E così naturale nel commentare se stesso e tutte le questioni che riguardano una palla. In Messico, l'estate scorsa, gli si chiedeva che cosa pensasse dei suoi successivi marcatori diretti. Nel suo italiano composto di otto parole (di cui quattro oscene) rispondeva ridendo allegramente: «Mi picchieranno come al solito». E come al solito, lui andava in gol. Perché, pur condizionato e sfruttato, si divertiva, si diverte. E' in questa luce che noi non vogliamo credere, per ora, ai suoi addii".

Giovanni Arpino, "La Stampa", 19 luglio 1971