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Valencia CF - Arsenal FC

14 maggio 1980, Stadion du Heysel, Bruxelles
Coppa delle coppe - finale
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Valencia CF - FC Porto

Nostre vecchie conoscenze
27 agosto 2004, Stade Louis-II, Monaco
Supercoppa europea (gara unica)
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FC Nantes - Valencia CF

Il protagonista
9 aprile 1980, Stade Marcel Saupin, Nantes
Coppa delle coppe - semifinali (andata)
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Valencia CF - FC Nantes

23 aprile 1980, Estadio Luis Casanova, Valencia
Coppa delle coppe - semifinali (ritorno)
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Celtic FC - Valencia CF

24 ottobre 1962, Celtic Park, Glasgow
Coppa delle fiere - Sedicesimi di finale (ritorno)
Tabellino | Sintesi [10:14]

FC Barcelona - Valencia CF

Pedro Mari Zabalza
4 luglio 1971, Estadio Santiago Bernabéu
Copa del Rey - finale
Tabellino e Highlights [10:11] | Full matchAltra sintesi [14:25] 

Real Madrid CF - Valencia CF

Le finali di UEFA Champions League

24 maggio 2000, Stade de France, Paris
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Real Madrid, la razza padrona, di Giancarlo Padovan ("Corriere della sera", 25 maggio 2000)

Non per sminuire l'ottava Coppa dei Campioni del Real Madrid (la prestazione è stata perentoria almeno quanto il 3-0 che l'ha sigillata), né per ironizzare sul plastico raddoppio in bicicletta dell'inglese Steve McManaman, un centrocampista d'attacco con scarsissime propensioni al gol che nella circostanza ha ricordato le sforbiciate d'altri tempi di Vito Chimenti, ma alcune riflessioni vanno fatte sia sull'eccessivo credito concesso al Valencia (il terzo gol subìto regalando 60 metri di campo a Raul dopo un calcio d'angolo in attacco è da prontuario del grottesco calcistico), sia sulla forza effettiva della formazione laureatasi per l'ottava volta campione d' Europa. Nettamente battuto, e per ben due volte dal Bayern Monaco nel girone di qualificazione prima del decisivo confronto casalingo in semifinale, il Real nel suo avvicinamento alla finale ha compiuto una sola vera impresa: il successo sul campo del Manchester United. Ma siccome non si vince mai per caso, il merito dei madridisti e di Del Bosque in particolare è stato quello di far crescere nel gruppo la consapevolezza delle proprie qualità individuali e il gusto della condivisione collettiva. Il Real, che nella Liga ha chiuso al quinto posto, ha poi dimostrato che l'abitudine a competere per i grandi traguardi appartiene al bagaglio genetico di una società forte, assai più della letteratura che se ne fa al proposito: è un connotato di potere. Le rare sconfitte non sono che eccezioni. Ieri sera, calcisticamente parlando, più del Valencia, e certamente meglio, il Real Madrid ha fatto ben prima del gol di Morientes. Il di più si riferisce alle occasioni (Canizares determinante sia nel deviare il colpo di testa di Anelka, sia nel togliere dall'angolo un tiro di McManaman); il meglio riguarda l'atteggiamento tattico: a prescindere dal modulo, comunque più spregiudicato rispetto a quello dell'avversario, la squadra di Del Bosque ha attaccato con maggiore continuità e, soprattutto, perseguendo una maggiore ricerca degli sbocchi laterali. Certo, la manovra a volte è lenta, a volte eccessivamente elaborata, a volte sia l'una che l'altra: però, a ritmi bassi, è la formazione più dotata tecnicamente a prevalere nella gestione della palla. E della felice gestione, la precisione è genitrice. Per interrompere una manovra pazientemente tessuta, il Valencia avrebbe avuto bisogno della riconosciuta aggressività di centrocampo (e invece, nel primo tempo, accade una volta appena che si assista ad un contrattacco successivo a palla riconquistata), così come sarebbe servita la velocità di fascia, dove il gioco del Valencia conduce i flussi più generosi e creativi. Al contrario proprio a destra, dove le combinazioni tra Mendieta e Angloma sarebbero dovute riproporsi con la frequenza e la facilità proprie dell'automatismo, ha prevalso l'inerzia. In partite monocordi diventa così decisiva la variazione di gioco o di ritmo: condizioni irrealizzabili se, oltre alla palla, viene meno il movimento e di conseguenza decresce lo spazio. E dopo l'1-0, il Real, in ragione delle mutate condizioni, ha modificato il proprio atteggiamento e, in parte, anche il sistema difensivo: non più a tre uomini, bensì sempre più spesso a cinque grazie all'arretramento dei due esterni, Salgado e Roberto Carlos. Per spiegarlo attraverso due episodi significativi basterebbe ricordare come nel primo tempo, in occasione del gol di Morientes, Salgado si trovasse in area avversaria a produrre, da terra, la prodezza tecnica di un assist al compagno smarcatosi sul secondo palo. E come, invece, ad inizio di ripresa Roberto Carlos fosse finito nell'elenco degli ammoniti nell'affannoso tentativo di arginare scorrettamente la ritrovata baldanza del Valencia. Tuttavia, attutito l'urto, è scattato il contrattacco in campo aperto. Quel che avrebbe voluto fare il Valencia e, invece, ha visto fare ai vincitori.




FC Bayern München - Valencia CF

Le finali di UEFA Champions League

23 maggio 2001, Stadio 'Giuseppe Meazza', Milano
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Giuseppe Smorto, La delusione di Cuper, splendido e perdente ("La Repubblica", 24 maggio 2001)

E' finita ai rigori, così com'era cominciata. Due nei primi minuti, uno nella ripresa. Dopo i supplementari chiusi sull'1-1, sotto la curva amica, il trionfo del Bayern nella estenuante sequenza dagli undici metri: gli errori di Paulo Sergio, Zahovic, Andersson, Carboni e quello decisivo di Pellegrino. La finale dei rimpianti e del chisirivede, giocatori comprati e poi svenduti dai nostri club, ha avuto uno svolgimento scontato, un finale batticuore e alcune piccole cose eccezionali: tre penalty, di cui due nei primi sei minuti, un Effenberg che perfino gli esigenti tifosi della Fiorentina avranno rivalutato e un «Volare», versione Gipsy Kings, cantata dallo stadio intero. Niente a che vedere con il 5-4 di Liverpool-Alaves, e forse nemmeno con Manchester o Real, squadre del resto già eliminate dal Bayern. 
I pochi interisti con biglietto hanno ammirato l'inconsueta gestualità di Hector Cuper, prossimo allenatore nerazzurro. Perde la sua terza finale consecutiva, e qualcuno potrebbe giudicarlo un perdente. In realtà ha ottenuto splendidi risultati con rose ristrette, a cui di sicuro ha dato un carattere, in certi casi anche il gioco. Cuper ha fatto la finale sempre in piedi, braccia aperte e poi conserte, ad invocare invano schemi e marcature, con una perenne insoddisfazione e l'ossessione di chi vuol prendere per mano la squadra, ma la squadra è quella che è. Ha capito che il Valencia soffriva Effenberg e ha sacrificato Aimar, forse l'unico in grado di regalare fantasia. Ha scelto di preoccuparsi, di essere aggredito, ha puntato su un contropiede che non arrivava mai. Troppo presto in vantaggio, il club spagnolo ha provato a giocare di rimessa, ma raramente ci è riuscito. 
Svolgimento scontato, Bayern e Valencia hanno il culto della difesa e del risultato, e purtroppo sono stati più gli errori delle invenzioni, più i falli dei cross. Una partita in cui gli italianisti erano loro, e noi spettatori, con la Milano del calcio che stroncava una finale che poteva essere sua. Molti pregiati nostri dirigenti, insolentiti in questi giorni dai giornali, avranno forse assaporato la rivincita: nessuno di questi giocatori merita di stare dalle nostre parti, e se sono arrivati in finale di Champions League, è successo solamente perché il nostro campionato logora più degli altri. Magra consolazione. 
Una finale avara, con un protagonista assoluto, l'arbitro Jol. Sui tre rigori il dibattito è aperto: sul primo, non si vede niente nemmeno nel replay, e quindi è il caso di fidarsi di lui. 1-0 per gli spagnoli. Più netto quello assegnato (e poi sbagliato) dal Bayern. Sul terzo, c'è una netta spinta di Jancker a Carboni, che già ammonito, avrebbe forse dovuto concludere in anticipo la sua partita, ma sarebbe stato ingiusto. 1-1. Rigido sui rigori, Jol è stato invece tollerante sul resto, lasciando correre e giocare quel poco che si è visto. Poteva perfino concedere il quarto penalty, nel secondo tempo supplementare, per un netto mani di Kily Gonzalez. Da parte sua, Effenberg ha chiuso la sua partita recuperando un fallo laterale, dopo aver corso per tutti. L'ultimo ricordo dell'Italia è una sbornia prima di una partita decisiva per la promozione della Fiorentina dalla B, una fuga insieme alla moglie manager. Incredibile come abbia retto per 120', finendo in crescendo con una plateale offesa al portiere avversario durante i rigori. Dall'altra parte Mendieta, vivace e poi stremato, ha tentato di chiudere la sua buona partita con un colpo ad effetto. Non è bastato. 
A squadre apertissime, con la paura e la voglia del Golden Gol, le occasioni nei supplementari sono state tante. Da Elber a Baraja, da Scholl a Zahovic. Nessuno le ricorderà, a parte forse quelli che le hanno sbagliate, fallendo il loro appuntamento con la storia. E comunque complimenti all'umiltà del Bayern, che ha evitato la beffa subita due anni fa dal Manchester. Per lo spettacolo, ci vediamo un'altra volta.


Valencia CF - FC Barcelona

I due allenatori, solo un po' più giovani
19 marzo 1980, Estadio Mestalla, Valencia
Coppa delle coppe - quarti di finale (ritorno)
Tabellino | Sintesi [42:38]