Italia - Messico

Bonimba stretto in un abbraccio
da Giacinto e dal Golden
25 settembre 1971, Stadio Marassi, Genova
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"Il Feroce Saladino, cioè il solito Boninsegna, ha evitato agli azzurri, ma soprattutto a Valcareggi, una figuraccia. Questa Nazionale sembra, più che una squadra, un'incubatrice di giochi possibili, ma ancora mai raggiunti. A furia di spostamenti cervellotici in campo, gli uomini, per ritrovarsi, devono ogni volta subire un rodaggio che spazienta pubblico e critica. Per lunghi tratti, oltre che noiosa, la gara è stata indisponente e troppi nostri giocatori sono apparsi soltanto un complesso di uomini tra loro sconosciuti e quindi costretti alla perenne, precaria ricerca di sé. Non possiamo onestamente parlare dei messicani, che non tirano in porta, manovrano per schemi monotoni ed hanno un solo uomo di classe, il centravanti (su cui Spinosi ha dovuto faticare parecchio). Dobbiamo parlare esclusivamente degli azzurri, obbligati a inventare e strappare se stessi dai cavilli del loro commissario tecnico il quale oggi può in cuor suo ringraziare Boninsegna come ringraziò Riva per tutto il periodo che precedette i mondiali. Un primo tempo melenso e senza genio che è vissuto soltanto sulla breve diagonale tra Corso e Mazzola; un secondo tempo con i messicani ormai svuotati e con gli azzurri bisognosi di far risultato per rimediare ai fischi. Corso ha ceduto il posto a Rivera e De Sisti a Benetti. Benché rozzo ed abituato a dialogare solo con il suo capitano rossonero, Benetti ha tuttavia contribuito a dare peso e maggiore sveltezza alle manovre azzurre, indirettamente indicando in De Sisti un elemento d'ordine però troppo ancorato alle retrovie e quindi restìo ad appoggiare le azioni in centrocampo. L'avvìo era parso quasi brillante, con Corso e Facchetti, Mazzola e Boninsegna subito in vista, ma ben presto la squadra azzurra denunciava pigrizia di idee, disinvoltura eccessiva e quasi assenteismo, oltre alle solite falle, e cioè un Cera smarrito e fluidificante in modo caotico, un Burgnich che doveva abituarsi a fare il terzino, un Bertini ancora lontano dalla buona forma e pencolante tra l'una e l'altra area come un trottatore senza padrone. Inutilmente Mazzola distribuiva cross millimetrici, inutilmente Corso cercava di stupire il pubblico con qualche numero di pura eleganza: il motore era a basso volume di giri, l'accolita messa insieme da Valcareggi dava chiaramente l'impressione di non poter resistere di fronte a una squadra autentica. Riva, servito più volte da Corso e Mazzola e dallo stesso Boninsegna, tutt'altro che egoista, appariva ancora incerto sullo slancio, non il fantasma del Riva che fu, ma un uomo che ha bisogno di riprendere confidenza con se stesso, con le doti di coraggio che facevano di lui il guerriero dei nostri campi. Lo stesso Riva, verso la metà del secondo tempo, sarebbe apparso poi già più deciso e svelto, anche se un po' troppo monotono nei suoi spostamenti al centro, di dove Boninsegna, quasi sempre, riusciva a defilarsi con intelligenza. La ripresa ha dato un minuto di «verve» e un minimo di consapevolezza virile alla squadra azzurra, che spinta sempre da Mazzola (non c'è stato un solo cross o puntata in avanti che non siano partiti dal suo piede) e sostenuta da Benetti ha approfittato della debolezza messicana oltretutto aggravata dalla fatica. Ma c'è voluta una prodezza di Boninsegna per infilare un pallone nella rete di Puente, che sino a quel momento non aveva dovuto parare un solo tiro degno di questo nome. Aveva già sfiorato il palo al terzo minuto, il nostro centravanti, con una splendida girata al volo su cross di Mazzola. Finalmente va in gol al 15': lungo traversone dell'eterno Sandrino, palla per Riva che smista a Rivera, il pallone spiovente in area è raggiunto dal piccolo ferocissimo Boninsegna con un colpo di testa che letteralmente lo svita verso l'alto. Qui gli azzurri domano per un attimo i fischi che già cominciavano a raccogliere da un pubblico commovente che li aveva fino a poco prima invocati per nome uno ad uno. E allora attaccano, magari goffamente, ciecamente, cercando il raddoppio. Al 16' c'è un bolide di Bertini che subisce una deviazione di Pena. Riva in volo di testa indirizza a rete ma il portiere messicano, in tuffo disperato, si trova a sfoggiare una deviazione miracolosa quanto casuale. E si arriva al ventesimo minuto: Riva riceve un passaggio da Benetti, difende rabbiosamente la palla benché strattonato tra tre avversari, vede Mazzola libero, gliel'appoggia, Sandrino inventa un incredibile slalom che semina tutti e gli consente di traversare un pallone d'oro: la fronte di Boninsegna ringrazia con un secco colpo di testa in gol. E qui si possono chiudere i cenni di cronaca, anche se Riva ha cercato e sbagliato il suo gol, anche se un certo orgasmo, alternato a una improvvisa rilassatezza, ha nuovamente confuso le carte dell'ultimo quarto d'ora. Il due a zero è servito? Forse solo a mettere un cerotto su una gamba di legno, se si vuol essere giusti. La squadra, questa squadra nazionale, che suscita incredibile affetto e raduna folle straordinarie, deve uscire dall'uovo e crescere alla svelta. Tutti gli esperimenti non condotti a tempo opportuno ora devono essere affrettati. I vecchi che hanno dato ma non hanno più nulla da esprimere siano onorevolmente sostituiti. Si creino blocchi di reparti con uomini abituati al loro ruolo. Persino la fantomatica coesistenza tra Rivera e Mazzola può ancora essere sostenuta: purché le idee siano chiare. Poi verrà anche Riva a realizzarle. E se tarda, Boninsegna, lui, c'è sempre, implacabile. C'è una candela in più accesa stanotte a Genova. Porta la firma di Valcareggi, che se continua così avrà bisogno di un doppio numero di santi protettori: quelli abituali, infatti, cominciano a seccarsi di tanta masochistica confusione" (Giovanni Arpino, La Stampa, 26 settembre 1971)